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Angelo Galantino

La rete jihadista non sta sopravvivendo: si sta riorganizzando

2026-08-25 18:50

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La rete jihadista non sta sopravvivendo: si sta riorganizzando

La rete jihadista globale, qaidista e legata allo Stato islamico, sta ricostituendo i propri capitali, la propria voce e la propria memoria istituzionale.

Un riscatto pagato in Mali. Una radio di propaganda che torna in onda in Nigeria pochi giorni dopo un raid che ne ha decapitato i vertici. Un vecchio campo di addestramento afghano che riappare nelle analisi degli specialisti a venticinque anni dalla sua distruzione. Tre episodi, che sembrano riguardare tre teatri e tre organizzazioni distinte, raccontano in realtà un unico fenomeno: la rete jihadista globale, qaidista e legata allo Stato islamico, sta ricostituendo in parallelo i propri capitali, la propria voce e la propria memoria istituzionale.

 

Il riscatto che finanzia una rete, non un gruppo

Alla fine del 2025 al-Qaeda nel Sahel ha incassato un riscatto di circa 50 milioni di dollari, più altri 20 milioni in munizioni, per la liberazione di un generale emiratino in pensione legato alla famiglia reale di Dubai e di altri due ostaggi. Il 38° rapporto del Monitoring Team delle Nazioni Unite su Stato islamico e al-Qaeda (S/2026/651, 10 agosto 2026) conferma che la maggior parte della somma è stata redistribuita tra le katiba del Gruppo per il sostegno all'Islam e ai musulmani (JNIM), la coalizione qaidista attiva tra Mali, Burkina Faso e Niger, mentre una quota è stata girata ad al-Qaeda nel Maghreb islamico (AQIM) e da lì, verosimilmente, al nucleo storico dell'organizzazione e ad al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP), la filiale yemenita.

Il dato analiticamente rilevante non è l'importo ma la scelta di condividerlo. JNIM avrebbe potuto trattenere l'intera somma per rafforzare il proprio controllo territoriale, il più esteso tra tutte le filiali di al-Qaeda. Ha scelto invece di redistribuirla lungo la rete, lo stesso comportamento di integrazione finanziaria osservato in passato tra le province più ricche e quelle in difficoltà dello Stato islamico. Ed è un comportamento che smentisce la lettura, diffusa in vista del venticinquesimo anniversario dell'11 settembre, di un'al-Qaeda ridotta a un insieme di affiliati scoordinati.

I fatti successivi confermano la lettura finanziaria. Sette mesi dopo l'incasso, il 25 aprile 2026, un'autobomba ha ucciso il ministro della Difesa maliano nell'ambito di un'offensiva coordinata su sei città del Paese, e due rapporti ONU stabiliscono un nesso diretto tra le due date. A giugno JNIM ha rincarato la posta offrendo una ricompensa in denaro per informazioni sulla localizzazione del presidente del Mali. Il Monitoring Team stima che JNIM disponga di 7-8mila combattenti, quasi la metà in Mali: non una forza da occupazione stabile delle città ma una struttura mobile che sfrutta l'estensione del territorio e la debolezza degli apparati statali locali. Non a caso il rapporto ONU individua proprio nel Sahel, insieme al Sud Asia, le uniche due aree del mondo dove la minaccia jihadista risulta in intensificazione, a fronte di un quadro globale definito "sostanzialmente invariato".

 

Un colpo vero, una ripresa più veloce

Nel bacino del Lago Ciad il segnale è comunicativo. Al-Buhaira Media Foundation è il principale organo di propaganda in lingua hausa della provincia dello Stato islamico in Africa occidentale (ISWAP), classificato come "supporter media foundation": non un prodotto ufficiale del Media Diwan centrale dello Stato islamico ma un canale allineato che ne traduce il notiziario settimanale e ne replica il formato di rivendicazione sotto marchio proprio.

Il 16 maggio 2026 un'operazione congiunta statunitense-nigeriana ha ucciso a Metele, in Nigeria, Abu Bakr al-Mainuki, vice-leader globale dello Stato islamico, insieme a diversi operativi legati proprio all'apparato di comunicazione di ISWAP. 

Il colpo è stato reale: Al-Buhaira è rimasta offline per cinque giorni ed ha poi tentato di minimizzarlo negando pubblicamente la morte di al-Mainuki. A inizio giugno ha comunicato ai propri sostenitori che le rotte di ingresso nel territorio del gruppo restano chiuse per l'intensità della pressione militare. Nella stessa settimana in cui scriviamo, oltre 150 combattenti tra ISWAP e Boko Haram si sono arresi alle forze nigeriane: un segnale di logoramento reale alla base, non trascurabile.

Eppure ISWAP resta l'affiliata più attiva dello Stato islamico a livello mondiale, con oltre 174 attacchi rivendicati nei primi cinque mesi del 2026, più dello stesso periodo del 2025. La lezione va quindi formulata con precisione: la pressione cinetica produce danni veri, sulla propaganda e sul morale dei combattenti. Ciò che resta intatto è la velocità di ricostituzione, resa possibile da una struttura di collaboratori dispersa e pseudonima che rende ogni singola perdita irrilevante per la sopravvivenza del sistema.

 

Il ritorno di un nome che pesa più di un campo

Il terzo segnale riguarda l'Afghanistan. Secondo un'analisi di Sarah Adams, ex targeting officer della CIA, Tarnak Farm e al-Farooq, i due principali campi di addestramento di al-Qaeda rasi al suolo dai raid del 2001, sarebbero stati ricostituiti come parte di una rete più ampia di infrastrutture addestrative. Prima dell'11 settembre Tarnak Farm era secondo per importanza solo ad al-Farooq: vi si addestrava in tattica operativa, esplosivi e sostanze tossiche, nell'ambito dell'investimento qaidista in capacità chimiche, biologiche, radiologiche e nucleari (CBRN). Inoltre, dettaglio non di poco conto, ospitava lo stesso Osama bin Laden. Rifondare quel nome, invece di aprirne uno nuovo, comunica ai reclute un messaggio preciso: il movimento è sopravvissuto e crede in una nuova fase di espansione. Secondo Adams a guidare la ricostruzione sarebbe Osman bin Laden, quinto figlio di Osama, inserito per via matrimoniale nei più alti circoli dell'organizzazione e responsabile anche del campo multinazionale di Khalid bin Walid nel Nangarhar afghano

Qui però la prudenza è d'obbligo. A differenza del dato sul riscatto, corroborato da un rapporto ONU pubblico, la ricostruzione su Tarnak Farm poggia su un solo pezzo di analisi che nelle note cita genericamente "indagine e fonti proprie", senza un documento verificabile a supporto. Il 38° rapporto ONU, letto per intero, non menziona mai Tarnak Farm né Osman bin Laden. Offre però un dato indipendente che rende l'ipotesi più plausibile, senza validarla: Sayf al-Adl, leader de facto di al-Qaeda, si troverebbe in Iran e il conflitto in corso in quel Paese dal febbraio 2026 potrebbe spingerlo a trasferirsi, secondo lo stesso Monitoring Team, molto probabilmente in Afghanistan. Un rafforzamento delle infrastrutture afghane sarebbe coerente con questa ipotesi. Resta un'inferenza di plausibilità, non una conferma: il dato su Tarnak Farm va tenuto sotto osservazione, non trattato come acquisito.

 

Tre pilastri, una sola rete

Il filo che lega Sahel, Lago Ciad e Afghanistan non è la sopravvivenza di singoli uomini o di singoli campi. È la velocità con cui una rete jihadista ricostituisce tre pilastri quando uno viene colpito: le risorse finanziarie, l'apparato di comunicazione, la trasmissione del sapere operativo attraverso le generazioni. Colpire un nodo produce danno reale, mai definitivo, perché il sistema è progettato per essere ridondante.

Venticinque anni fa il mondo bombardò Tarnak Farm credendo di aver spento un fuoco. Non lo aveva spento: lo aveva solo fatto scendere sotto la cenere. 

Oggi quel fuoco torna a chiedere un nome, un luogo, un erede. E la storia insegna che il jihadismo globale non muore mai per esaurimento. Aspetta solo che qualcuno smetta di guardare.

 

 



Immagine generata con AI.

 

Fonti


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