©

Angelo Galantino

La rotta che nessuno vuole vedere: quando il jihad viaggia insieme ai migranti

2026-08-09 17:08

Array() no author 81811

Geopolitica, terrorismo-immigrazione-jihadismo-sicurezza-antiterrorismo-frontiere-ceuta,

La rotta che nessuno vuole vedere: quando il jihad viaggia insieme ai migranti

Chi sfrutta le rotte migratorie per entrare in Europa e colpire, lo fa per caso o è un fenomeno che si ripete con una regolarità da riconoscere?

C'è una domanda che da anni divide l'opinione pubblica europea e che raramente trova una risposta onesta: chi sfrutta le rotte migratorie per entrare in Europa e colpire, lo fa per caso o è un fenomeno che si ripete con una regolarità che i fatti impongono di riconoscere? 

La cronaca giudiziaria degli ultimi quindici anni offre una risposta che nessuna ideologia dovrebbe permettersi di negare.

 

I nomi che la magistratura ha già scritto nella storia

Anis Amri, l'uomo che il 19 dicembre 2016 lanciò un tir sulla folla del mercatino di Natale di Berlino uccidendo 12 persone, sbarcò a Lampedusa nel febbraio 2011 dichiarandosi minorenne. Finì nelle carceri di Palermo e Catania per violenza e incendio doloso ed è proprio nell'Ucciardone, secondo l'Osservatorio sulla radicalizzazione del Viminale, che iniziò il suo percorso jihadista.

Brahim Aoussaoui sbarcò a Lampedusa il 20 settembre 2020 e ottenne un foglio di via che gli permise di raggiungere clandestinamente la Francia. Il 29 ottobre di quello stesso anno uccise tre persone a coltellate nella basilica di Notre-Dame a Nizza al grido di "Allah Akbar".

Sagou Gouno Kassogue, il maliano che il 3 febbraio 2025 accoltellò tre persone alla Gare de Lyon di Parigi, era uno degli oltre 180mila migranti sbarcati in Italia nel 2016. Toccò terra a Pozzallo e nel 2019 ottenne il permesso di soggiorno per protezione sussidiaria. Il fatto è stato ricostruito da un'inchiesta Tgcom24 di fine febbraio 2025 che ha censito dodici casi analoghi.

Abdesalem Lassoued, tunisino di 45 anni che nell'ottobre 2023 uccise a colpi d'arma da fuoco due turisti svedesi a Bruxelles, era sbarcato in Sicilia e aveva vissuto in Italia tra Bologna e Genova prima di trasferirsi in Belgio.

Lakhdar Benrabah, l'algerino che l'8 novembre 2021 aggredì con un coltello tre poliziotti davanti al commissariato di Cannes, faceva parte dello stesso flusso migratorio del 2016. Sbarcò in Sardegna, fu trasferito a Napoli e lì ottenne il permesso di soggiorno vivendo a due passi da Porta Capuana.

Non tutti i nomi legati all'Italia sono arrivati come migranti. Mohamed Lahouaiej Bouhlel, il tunisino che il 14 luglio 2016 lanciò un camion sulla Promenade des Anglais a Nizza uccidendo 86 persone, viveva regolarmente in Francia e attraversava spesso il confine di Ventimiglia dove fu identificato dalla polizia italiana mentre partecipava a una manifestazione pro migranti. Salah Abdeslam, unico sopravvissuto del commando che il 13 novembre 2015 colpì Parigi uccidendo 137 persone, transitò da Bari il primo agosto di quell'anno prendendo un traghetto per il Pireo dove incontrò il capocellula Abdelhamid Abaaoud per definire i dettagli dell'attacco. Ahmed Hanachi, il tunisino che il primo ottobre 2017 accoltellò a morte due ragazze alla stazione Saint-Charles di Marsiglia, aveva vissuto per anni ad Aprilia con la moglie italiana e possedeva un regolare permesso di soggiorno: il suo, più che un caso di infiltrazione lungo una rotta migratoria, è la prova di quanto un territorio possa diventare punto di riferimento per una rete di conoscenze che poi degenera.

C'è infine Farhad Noori, l'afghano che il 13 febbraio 2025 lanciò la propria auto contro un corteo sindacale a Monaco di Baviera uccidendo due persone. Prima di stabilirsi in Germania nel 2016 era transitato e aveva soggiornato in Italia, un dettaglio che pochi hanno raccontato ma che gli inquirenti tedeschi hanno accertato.

Il resoconto si riferisce esclusivamente ai trannsiti italiani di alcuni degli attentatori jihadisti conclamati. Estendendo la ricerca a tutta l'Unione Europea, l'elenco risulterebbe tristemente lungo.  

 

Ceuta, l'ultimo capitolo

Il 30 luglio 2026 a Ceuta migliaia di persone hanno forzato in poche ore il valico di frontiera con il Marocco in un afflusso di massa costato la vita a decine di persone annegate durante l'attraversamento. Il Monitoring Jihadism Project, nel resoconto ripreso da Francesco Bergoglio Errico, aveva segnalato che tra gli ingressi le autorità spagnole avrebbero identificato almeno una dozzina di soggetti già condannati o espulsi in passato per reati di jihadismo. A distanza di giorni la stampa italiana conferma che il timore non era infondato: un dossier dei servizi di intelligence, secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, definisce concreto il rischio terrorismo legato alla crisi di Ceuta e segnala il pericolo che l'area possa trasformarsi in un bacino di radicalizzazione e reclutamento jihadista. Proprio per questo i fatti di Ceuta non possono lasciare indifferenti chi studia la materia e si occupa di terrorismo: sono l'ultimo capitolo di una storia che i nomi elencati sopra raccontano da oltre un decennio ed è la conferma che l'allarme lanciato in tempo reale, da chi segue questi fenomeni da vicino, era tutt'altro che allarmismo.

 

Cosa dimostrano davvero questi casi

Sarebbe disonesto sostenere che i migranti siano terroristi o che ogni sbarco nasconda una minaccia. I numeri aggregati raccontano un'altra storia: la maggioranza dei terroristi attivi in Europa risiede regolarmente nel continente da anni ed è spesso di seconda o terza generazione o convertita all'islam radicale senza mai avere attraversato un confine irregolarmente. Ma i nomi elencati sopra dimostrano con la forza dei fatti giudiziari che sarebbe altrettanto disonesto negare che le rotte migratorie irregolari siano state usate ripetutamente come canale di ingresso o di transito da soggetti poi passati all'azione armata. Non è la condizione di migrante a produrre il terrorista. È la porosità del sistema, il ritardo nei rimpatri, la radicalizzazione maturata nelle carceri e nei centri di accoglienza sovraffollati a trasformare in minaccia concreta quello che era partito come un canale di fuga da guerra o povertà.

Allargare le maglie del controllo di frontiera, ridurre i tempi di identificazione, moltiplicare gli sbarchi senza un sistema di verifica capace di reggerne il numero non significa automaticamente importare terrorismo. Significa però aumentare le occasioni che chi vuole sfruttare quella porosità trova per farlo ed è un dato che la storia giudiziaria degli ultimi quindici anni conferma senza eccezioni. Ogni Amri, ogni Aoussaoui, ogni Noori è la prova che quella finestra, quando si apre più del dovuto, qualcuno la attraversa.

 

La chiusura che nessuno vuole scrivere

Chi studia il terrorismo per mestiere non ha il lusso della narrazione comoda. Non può dire che gli sbarchi sono tutti innocui perché la statistica lo rassicura e non può dire che ogni sbarco nasconde un attentatore perché la paura lo consola. Deve stare nello spazio scomodo dei fatti, quello in cui un ragazzo che si dichiara minorenne su un molo di Lampedusa può diventare, cinque anni dopo, l'uomo che semina la morte in una piazza di Berlino. L'attore solitario che colpirà domani non ha bisogno di eserciti né di frontiere spalancate. Ha bisogno solo che qualcuno continui a guardare altrove.

 



gemini_generated_image_5ssf215ssf215ssf.png