©

Angelo Galantino

Il vero rischio non è il gesto di un calciatore, è il vuoto che lo circonda

2026-06-18 17:00

Array() no author 81811

Geopolitica, counterterrorism-radicalizzazione-jihadismo-secondegenerazioni-sicurezza-europol-sporterror,

Il vero rischio non è il gesto di un calciatore, è il vuoto che lo circonda

Lo sport, da sempre terreno di costruzione identitaria collettiva, può diventare anche bersaglio o veicolo della narrativa jihadista.

Nei giorni scorsi ha circolato sui social l'immagine di Yasin Abbas Ayary, attaccante svedese di origini tunisine e marocchine, che dopo un gol al Mondiale non esulta contro la Tunisia, paese d'origine del padre. Il caso è stato letto come prova di una "svedesità" mai davvero acquisita e usato per costruire una tesi più ampia sul fallimento dell'integrazione delle seconde generazioni.

È un terreno scivoloso. Un gesto di rispetto familiare non è un dato sociologico e non dimostra nulla su un intero gruppo sociale. Ma dietro questa polemica da social network si nasconde un tema che chi lavora ogni giorno sul contrasto al terrorismo jihadista conosce bene ed ha studiato da anni con strumenti molto più rigorosi di un post Facebook: il rapporto tra identità di seconda o terza generazione e vulnerabilità alla radicalizzazione.

 

Cosa dicono davvero i numeri

L'ultimo report Europol sul terrorismo nell'Unione Europea, riferito al 2024, registra 449 arresti per reati legati al terrorismo in venti Stati membri, con un aumento rispetto ai 426 del 2023. La quota più consistente riguarda il terrorismo jihadista, con 289 arresti, che resta la matrice più letale: 24 attacchi attribuiti a questa ideologia, contro i 14 dell'anno precedente, con cinque morti e diciotto feriti in territorio europeo.

In Italia, il 2025 ha visto moltiplicarsi le operazioni antiterrorismo legate all'universo jihadista, in una sequenza di episodi che attraversa generazioni, territori e comunità diverse, dal caso Modena al monitoraggio costante di soggetti radicalizzati online. 

Il tema delle seconde generazioni, finora marginale nel nostro paese per la minore presenza storica di comunità islamiche radicate, comincia a farsi spazio anche nel dibattito interno.

Il caso scandinavo resta il laboratorio più istruttivo. Svezia, Norvegia e Danimarca hanno la maggiore densità di foreign fighters per popolazione in tutta Europa, con la Svezia che ha visto partire circa trecento persone per Siria e Iraq. Molti dei rimpatriati hanno frequentato esclusivamente luoghi di preghiera dove si predicava l'estremismo, segno che i programmi sociali di reinserimento non bastano da soli a invertire il processo.

 

Identità multiple, non identità mancate

La letteratura scientifica sul tema converge su un punto: il motore principale che spinge verso la radicalizzazione è una crisi identitaria, non una semplice difficoltà economica o un fallimento dell'accoglienza materiale. Molti giovani di seconda generazione, e anche quelli arrivati in Europa da piccoli, vivono una distanza doppia: dalla cultura d'origine dei genitori e da quella del paese in cui sono nati e cresciuti.

È esattamente lo spazio che la propaganda jihadista sa occupare meglio. Non offre integrazione né assimilazione, offre un'identità alternativa totale che promette appartenenza assoluta proprio a chi si sente sospeso tra due mondi senza appartenere pienamente a nessuno. Il sociologo Kenan Malik ha descritto questo meccanismo come un sentimento di lontananza e risentimento verso la società in cui si vive che spinge a ricercare un'identità sostitutiva altrove.

Qui sta l'errore concettuale del post che ha innescato questa riflessione: trattare l'identità come un dato binario: o ci si sente del tutto nazione di nascita o si è automaticamente "altro". La ricerca sulla radicalizzazione racconta una realtà più complessa, dove il problema non è la doppia appartenenza in sé ma la sua mancata elaborazione in un contesto sociale che spesso non offre spazi di riconoscimento reale.

 

Il limite delle due spiegazioni facili

Nel dibattito accademico si confrontano da anni due interpretazioni opposte. La prima, culturalista, insiste su un'incompatibilità di fondo tra civiltà, quindi sull'impossibilità strutturale dell'integrazione. La seconda, più orientata a leggere il fenomeno in chiave sociale, riconduce tutto alla frustrazione economica dei discendenti di migranti.

Entrambe vacillano davanti ai casi concreti. Gli attentatori di Charlie Hebdo erano fratelli francesi di seconda generazione, non ai margini della società per condizione economica. Jihadi John era arrivato a Londra a sei anni e aveva seguito un percorso scolastico regolare. Casi di integrazione apparentemente riuscita sul piano sociale ed economico che però non hanno impedito la radicalizzazione. Significa che il fattore decisivo non è quasi mai uno solo, è l'intreccio tra vulnerabilità identitaria individuale, esposizione a una narrativa di propaganda sempre più sofisticata online e assenza di reti familiari o comunitarie capaci di intercettare per tempo i segnali di allontanamento.

 

Perché conviene parlarne con rigore

Ridurre questo fenomeno a una colpa del "buonismo di sinistra" è tanto sbagliato quanto negare che esista un problema. Le politiche di accoglienza senza reali percorsi di integrazione culturale, non solo economica, lasciano effettivamente un vuoto. Ma quel vuoto non si riempie con gli slogan, si riempie con un lavoro di prevenzione che parta dalle scuole, dai centri di ascolto per le famiglie e da un monitoraggio mirato della propaganda online, oggi sempre più sofisticata anche grazie all'uso di intelligenza artificiale generativa per produrre contenuti persuasivi su misura.

Con i Mondiali del 2026 in atto, il tema dell'identità sportiva di seconda generazione tornerà più volte sotto i riflettori, in un contesto che ho analizzato nel dettaglio nel mio libro Sporterror

Lo sport, da sempre terreno di costruzione identitaria collettiva, può diventare anche bersaglio o veicolo della narrativa jihadista, proprio nel momento in cui milioni di giovani di seconda generazione si troveranno a scegliere, simbolicamente, da che parte stare.

La vera domanda non è se Ayary abbia esultato o no. È se le nostre società sappiano offrire, a chi vive tra due mondi, qualcosa di più solido di un'identità imposta dall'alto o negata dal basso.

 


Per chi vuole approfondire le radici ideologiche della violenza jihadista e i suoi riflessi sullo sport globale: 

📖 Sporterror — L'ideologia jihadista negli eventi sportivi

🔗 https://amzn.eu/d/0hUlpEcU

 

 


afp__20260615__b73b48n__v2__highres__topshotfblwc2026match12swetun-1781498605.jpg.webp

#counterterrorism #radicalizzazione #jihadismo #secondegenerazioni #sicurezza #Europol #Sporterror

 

Fonte immagine: aljazeera

Fonti: Europol, EU Terrorism Situation and Trend Report 2025: https://www.europol.europa.eu/cms/sites/default/files/documents/EU_TE-SAT_2025.pdf Mondo Internazionale, Crisi migratoria e terrorismo: Foreign Fighters e radicalizzazione jihadista: https://mondointernazionale.org/focus-allegati/crisi-migratoria-e-terrorismo-foreign-fighters-e-radicalizzazione-jihadista Ce.S.I. Centro Studi Internazionali, Radicalismo Islamico e jihadismo autoctono in Nord Europa: https://www.cesi-italia.org/it/articoli/radicalismo-islamico-e-jihadismo-autoctono-in-nord-europa-focus-su-norvegia-danimarca-e-svezia Libero Quotidiano, L'Italia palestra jihadista: allarme anti-terrorismo: https://www.liberoquotidiano.it/news/italia/48033011/italia-palestra-jihadista-allarme-anti-terrorismo/