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Angelo Galantino

Ultra crepidam. Perché sul terrorismo non tutti hanno il diritto di essere ascoltati allo stesso modo.

2026-05-18 22:25

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Ultra crepidam. Perché sul terrorismo non tutti hanno il diritto di essere ascoltati allo stesso modo.

Ogni volta che un episodio di violenza a matrice ideologica o religiosa irrompe nel dibattito pubblico si osserva un fenomeno ricorrente e scientifica

Ogni volta che un episodio di violenza a matrice ideologica o religiosa irrompe nel dibattito pubblico si osserva un fenomeno ricorrente e scientificamente documentabile: la proliferazione immediata di analisi amatoriali che, lungi dal contribuire alla comprensione del fenomeno, producono un duplice effetto distorsivo. Da un lato orientano l'opinione pubblica verso letture causali prive di fondamento empirico. Dall'altro finiscono per vittimizzare ulteriormente chi ha subito il danno diretto, relegando le vittime a variabili secondarie di una narrazione costruita interamente attorno all'autore del gesto.

 

Il termine ultracrepidarian affonda le radici nella locuzione latina Ne sutor ultra crepidam, attribuita al pittore greco Apelle. Secondo la tradizione, un calzolaio aveva osato criticare uno dei suoi dipinti. Apelle lo ascoltò, corresse la suola che il calzolaio aveva giustamente notato essere imprecisa e poi aggiunse: fin qui puoi giudicare, oltre la suola non è territorio tuo. La sentenza è rimasta intatta per duemila anni. Oggi, applicata al contesto dei social media, descrive un fenomeno di proporzioni sistemiche: la piattaforma livella gerarchie epistemiche consolidate attribuendo visibilità identica al commento del ricercatore senior e alla riflessione improvvisata del profano. Il risultato non è democratizzazione del sapere. È entropia cognitiva. Ed è pericolosa.

 

Sul piano specifico degli studi sulla radicalizzazione le posizioni che tendono a deresponsabilizzare l'autore di un atto violento ricorrendo esclusivamente a variabili strutturali, quali marginalizzazione economica, discriminazione percepita o mancato riconoscimento identitario, sono state ampiamente confutate dalla letteratura specialistica. Olivier Roy, nel suo Le djihad et la mort (2016), ha argomentato con rigore che la radicalizzazione contemporanea non è una risposta meccanica alla povertà o all'esclusione sociale bensì un processo di costruzione identitaria in cui l'ideologia svolge una funzione determinante e autonoma. Gilles Kepel ha dimostrato come la riduzione del fenomeno jihadista a mera reazione alla politica estera occidentale costituisca un errore metodologico prima ancora che politico. Khosrokhavar ha documentato come il desiderio di martirio risponda a dinamiche psicologiche e ideologiche che nessuna politica redistributiva avrebbe potuto intercettare o neutralizzare.

 

Vi è poi una dimensione ulteriore che l'analisi improvvisata sistematicamente trascura. Paul Gill in Lone-Actor Terrorists (2015) e Ramon Spaaij hanno documentato come atti apparentemente riconducibili a disagio personale, psicopatologia o frustrazione individuale possano in realtà incorporare una matrice ideologica latente, non immediatamente leggibile in superficie ma determinante nella costruzione della traiettoria violenta. Questo è esattamente il terreno su cui l'analisi improvvisata fallisce: scambia l'assenza di affiliazione organizzativa con l'assenza di ideologia.

 

La variabile socioeconomica esiste e va analizzata. Ma spiegarla non significa assumerla come causa sufficiente. Se il disagio sociale producesse automaticamente violenza i poveri e gli esclusi del mondo sarebbero quasi tutti criminali o assassini. Non lo sono. L'ideologia ha un peso proprio che l'analisi improvvisata sistematicamente ignora perché richiede strumenti che l'analisi improvvisata non possiede.

 

Altrettanto problematica è la variante negazionista che nega l'esistenza stessa del terrorismo di matrice islamista attribuendola a costruzioni geopolitiche esogene. Tale posizione non trova alcun riscontro nella letteratura accademica consolidata, nella giurisprudenza antiterrorismo dei principali ordinamenti europei né nei rapporti delle agenzie di intelligence nazionali e sovranazionali. Sostenerla pubblicamente non costituisce esercizio del pensiero critico. È disinformazione con conseguenze concrete sulla percezione collettiva del rischio e sull'efficacia delle politiche di prevenzione.

 

La libertà di espressione garantita dall'articolo 21 della Costituzione italiana e dalla corrispondente disciplina europea non implica equivalenza epistemica tra posizioni. Il diritto di parola non conferisce autorevolezza analitica. Questa distinzione non è un privilegio di casta: è la differenza tra chi ha dedicato anni allo studio sistematico di un fenomeno e chi lo incontra per la prima volta attraverso un titolo di giornale. Confonderle non è un errore veniale. In un settore come il contrasto all'estremismo violento è un problema di sicurezza pubblica.

 

Il rispetto per le vittime, principio che dovrebbe orientare qualsiasi commento su fatti di questa natura, impone almeno questo: non trasformare la loro esperienza in pretesto per teorizzazioni indimostrate. Le vittime non sono figure retoriche. Sono persone fisiche che hanno subito un danno reale e che si trovano costrette a leggere ricostruzioni in cui il loro dolore diventa sfondo e l'autore del gesto diventa protagonista di una narrazione assolutoria costruita da chi non ha mai messo piede sul campo.

 

Chi ha gli strumenti per leggere questo testo sa già di cosa si sta parlando.

 

Chi ne è privo ha appena dimostrato, senza saperlo, di essere esattamente il soggetto descritto.

 



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