Qualche mese fa ho pubblicato un'analisi sull'attentato di Monaco, dove il 24enne afghano Farhad Noori ha lanciato la sua auto a tutta velocità contro il corteo del sindacato Ver.Di, ferendo oltre 28 persone tra cui una madre e la sua bambina di due anni. Lo inquadravo in una sequenza ormai seriale che attraversa l'Europa da Nizza a Berlino, da Magdeburgo a Stoccolma, da Barcellona a Londra: il car jihad, il terrorismo veicolare come dottrina d'attacco sistematicamente codificata.
Oggi quella sequenza ha un nuovo nome. È Modena.
MODENA, 16 MAGGIO 2026.
Una Citroen C3 proveniente da Largo Garibaldi imbocca via Emilia a forte velocità muovendosi a zig zag, sale sul marciapiede e falcia la folla presente come ogni sabato pomeriggio nel centro storico. Il veicolo percorre circa 200 metri prima di terminare la corsa contro la vetrina di un negozio.
Al volante si trovava Salim El Koudri, 31 anni, di origini marocchine, nato in provincia di Bergamo, residente nel Modenese, laureato in Economia. Bilancio provvisorio: almeno sette feriti, tre in gravi condizioni. Una donna di 55 anni ha perso entrambe le gambe, schiacciata contro la parete di un edificio. Due feriti trasportati in elicottero all'Ospedale Maggiore di Bologna.
Dopo l'impatto, il conducente si è allontanato a piedi. Durante la fuga ha estratto un coltello e ha colpito un passante che tentava di bloccarlo. Quattro cittadini comuni hanno avuto il coraggio di fermarlo fisicamente, impedendo il peggio.
CHE COS'È IL CAR JIHAD.
Il terrorismo veicolare non è improvvisazione. È dottrina.
Nel 2014, il magazine dell'ISIS Rumiyah conteneva istruzioni precise per l'impiego di auto come "arma mortale contro i crociati". Fu al-Adnani, portavoce dello Stato Islamico e tra gli ideatori dell'attentato del Bataclan, a lanciare nel settembre 2014 il proclama che ispirò il cosiddetto "vehicle ramming": «Se non siete in grado di procurarvi un ordigno o armi, scegliete un infedele americano, francese o qualunque altro loro alleato e rompetegli la testa con una pietra, accoltellatelo o investitelo con un'automobile». La tattica di lanciare veicoli contro edifici e persone, adottata da terroristi islamici non necessariamente addestrati, era così codificata in una dottrina accessibile a chiunque.
Il vantaggio strategico è brutale nella sua semplicità: nessuna arma da fuoco, nessun esplosivo, nessuna logistica complessa. Un veicolo, una strada affollata, un sabato pomeriggio. La dottrina premia la facilità di esecuzione e massimizza l'impatto emotivo sulla popolazione. Da Nizza a Berlino, da Londra a Stoccolma, da Barcellona a New York la dinamica è sempre la stessa: una strada affollata e un'auto che gioca con la vita delle persone come fossero birilli.
I terroristi jihadisti tendono a preferire attacchi contro le persone piuttosto che contro edifici o obiettivi istituzionali, al fine di innescare una risposta emotiva da parte dell'opinione pubblica. Non discriminano tra musulmani e non musulmani e gli attacchi mirano al maggior numero possibile di vittime.
IL RISCHIO DELL'EMULAZIONE.
C'è un aspetto che la comunicazione pubblica tende a sottovalutare e che invece preoccupa seriamente chi si occupa di prevenzione del terrorismo: l'effetto alone.
Ogni attacco di questo tipo, nel momento in cui viene amplificato dai media con dettagli operativi, immagini ad alto impatto emotivo e copertura prolungata, diventa involontariamente un manuale a cielo aperto. Non perché i giornalisti abbiano colpe ma perché la visibilità è esattamente ciò che la dottrina jihadista cerca. Il magazine Rumiyah non offriva solo istruzioni tecniche: offriva la promessa della gloria, della visibilità, del martirio mediatico. L'attore solitario radicalizzato non cerca solo di colpire. Cerca di essere visto, ricordato e imitato.
La letteratura criminologica e i rapporti dell'Europol documentano con crescente preoccupazione il fenomeno dell'emulazione: attacchi che si innescano sull'onda emotiva di un attacco precedente, spesso a distanza di giorni o settimane. Il soggetto in fase di radicalizzazione osserva, interiorizza e legittima. Vede che si può fare. Vede che funziona. Vede che il mondo si ferma.
Per questo la narrativa conta quanto l'atto stesso. Raccontare un attacco senza contestualizzarlo ideologicamente significa lasciare nello spazio pubblico un messaggio a metà, pericolosamente interpretabile.
LA NARRAZIONE DIFENSIVA: FOLLIA, BULLISMO E TAQIYYA.
Ed ecco il punto che mi preme sottolineare con rigore analitico, perché non appartiene al dibattito politico ma alla scienza criminologica e alla teologia jihadista.
Salim El Koudri, secondo le prime dichiarazioni riportate, avrebbe agito "per rancore perché si sentiva bullizzato". Su questa base la pista del terrorismo è stata già esclusa nelle prime ore.
Questa narrazione non sorprende chi studia il fenomeno. È uno schema ricorrente, documentato in decine di casi europei.
Dopo Nizza, il profilo di Mohamed Lahouaiej-Bouhlel fu inizialmente costruito attorno all'instabilità psichica, ai problemi familiari e alla scarsa pratica religiosa. Dopo Magdeburgo, si aprì subito il capitolo psichiatrico. Dopo Monaco, le discussioni si concentrarono sul permesso di soggiorno e sui "problemi personali" di Farhad Noori, prima che emergessero i suoi post islamisti sui social.
Il meccanismo è sempre lo stesso: attribuire l'atto a una causa individuale, psicologica o biografica, per sottrarlo alla qualificazione giuridica del terrorismo, con implicazioni penali radicalmente diverse.
Nella teologia islamica classica, la taqiyya designa la dissimulazione lecita della propria fede in condizioni di pericolo. Nel contesto jihadista contemporaneo, studiosi come Raymond Ibrahim e diversi analisti dell'Intelligence europea hanno documentato come questo principio sia stato reinterpretato in senso operativo: la dissimulazione delle reali intenzioni prima, durante e dopo un attacco diventa uno strumento tattico legittimato dall'ideologia stessa. Dichiararsi vittima di bullismo, instabile psicologicamente, agire d'impulso per ragioni personali, non è necessariamente spontaneo. Può essere strategico. Abbassa la qualificazione penale, allontana l'accusa di terrorismo e riduce la pena.
Un numero significativo di persone denunciate a Europol per motivi di terrorismo era composto da criminali di basso livello, soggetti che per formazione e frequentazioni conoscono bene i meccanismi di gestione giudiziaria dell'accusa e sanno come modulare la propria narrazione di fronte agli inquirenti.
NON ARRENDERSI ALLA SPIEGAZIONE PIÙ COMODA.
L'attore solitario è la forma più difficile da intercettare. Non ha struttura, non ha comunicazioni da monitorare e non ha una rete da disarticolare. Ha un'automobile, una strada affollata e un'ideologia interiorizzata.
Non possiamo sapere, al momento, se Salim El Koudri sia un attore jihadista o un individuo in crisi. Le indagini stabiliranno i fatti. Ma possiamo sapere, e dobbiamo saperlo, che la narrazione del "bullismo" e del "rancore personale" non esclude automaticamente la matrice ideologica. Le due cose non si escludono: spesso si alimentano. Un soggetto radicalizzato trova nella narrativa della vittimizzazione la legittimazione emotiva per il passaggio all'azione.
La distinzione tra disagio personale e terrorismo non è un confine netto. È un campo investigativo che richiede competenza, rigore e il coraggio di guardare dove fa più paura guardare.
L'Europa continua a essere un campo di battaglia. Anche quando la partita si gioca in una via del centro storico di Modena, un sabato pomeriggio di maggio.
Chi smette di cercare la verità perché scomoda ha già scelto, inconsapevolmente, di proteggere chi quella scomodità la produce.
Un'auto, una pietra, un coltello. Al-Adnani lo aveva scritto vent'anni fa. Noi facciamo ancora finta di non averlo letto.
Fonti: ModenaToday.it, 16 maggio 2026, "Auto falcia la folla in via Emilia, sette feriti. Fermato il conducente armato di coltello" Sky TG24, 16 maggio 2026, "Modena, auto sulla folla in centro: 8 feriti, 4 gravi. Fermato 31enne" Il Resto del Carlino, 16 maggio 2026, "Travolge con l'auto pedoni a Modena e fugge, poi accoltella il passante che è riuscito a fermarlo" Tgcom24/Mediaset, 16 maggio 2026, "Auto falcia pedoni a Modena: fermato Salim el Koudri, ha agito con rancore perché si sentiva bullizzato" La Nuova Bussola Quotidiana, "Attentato a Monaco, ancora il jihad delle auto" Il Giornale, 14 febbraio 2025, "Monaco, auto sul corteo sindacale. Fermato un afghano: attentato" Parlamento Europeo, "Fatti e cifre sul terrorismo di matrice jihadista nell'UE" Angelo Galantino, "Attentato a Monaco: il Car Jihad e l'Europa sotto attacco", angelogalantino.com
📷 Foto: Repubblica.it
